QUAND MÊME (Anche così)

 

Riflessioni sul lavoro di Renée Martine Crappier

Astrattezza o figurazione ? :

Renée Martine Crappier (RMC) si colloca a metà strada tra l’astrazione lirica, il taccuino poetico e l’immaginario surrealista, senza mai rinchiudersi in una scuola specifica. Le sue opere, guidate dal gesto e dalla libera associazione, danno l’impressione di essere in procinto di apparire. Il tratto biforca, svanisce, riparte, creando una sensazione di movimento permanente. Si ritrova qui una parentela con il disegno automatico surrealista o una sensibilità vicina all’art brut, ma in un registro più raffinato e meditativo. Il vuoto è importante quanto la forma; molte delle sue composizioni respirano grazie agli spazi lasciati bianchi.

L’universo dell’artista si basa su un dialogo permanente tra donne, uccelli e alberi. Le silhouette non sono naturalistiche; il corpo a volte si dissolve nel colore o si fonde nei motivi per cogliere al meglio uno stato interiore fragile. Non sceglie mai del tutto tra astrazione e figurazione. Lo sguardo oscilla continuamente: si vede un volto, un animale, una scrittura o una semplice macchia? Questa ambiguità è essenziale e lascia allo spettatore un ruolo attivo di interpretazione.

Il processo creativo

Le opere derivano da un metodo di creazione rigoroso e intuitivo, visibile nel suo atelier. Tutto comincia dalle pietre, da cui trae decine di schizzi realizzati in uno stato di intensa concentrazione. È da questa materia prima che nascono i disegni. Sempre guidata dal proprio inconscio, ricava da questi disegni dei racconti sotto forma di scene, che costituiscono la base di un’autobiografia discreta. L’inchiostro di Cina e la matita colorata intervengono in un secondo momento. Andando a vestire o « truccare » le forme iniziali, il colore ne modifica a volte il significato originario. L’opera, sebbene astratta a prima vista, finisce così per figurare una realtà intima e profonda. È il suo modo di raccontare la propria vita senza dirne nulla, ma anche di reagire, attraverso il filtro dell’arte, ai sussulti del mondo.
Questo metodo si ricollega sorprendentemente al modo di lavorare dei pittori della preistoria, ai quali RMC si sente molto vicina. Mentre quegli artisti scrutavano le pareti delle caverne per trovarvi il supporto per le immagini che volevano fissarvi, lei compie il percorso inverso. Non cercando di interpretare una forma esteriore, lascia emergere dalla propria memoria degli archetipi interiori. Utilizza il processo mentale della creazione primaria, la relazione diretta tra la mano, il supporto e la percezione. Ecco perché le sue opere danno l’impressione di essere state scoperte nella materia piuttosto che fabbricate